Da dove eravamo e cosa stavamo facendo, da una finestra sul giorno.

Cari lettori di WordPress, amici carissimi e lettori lontani, cari voi:

Un piccolo post per cercare di spiegare la mia prolungata assenza, e per far sì che questo post sia l’inizio di un nuovo inizio.

Quando ho iniziato a scrivere questo blog avevo alcune cose in ballo, ma non troppe.

Al momento invece, forse a voler essere precise dovrei piuttosto dire da qualche mese, divido la mia giornata in diverse fettucce.

Alcune sono più tirate, altre più fitte, altre ancora quasi assenti al tatto. Capita, capita di avere momenti di attività bulimica e scomposta. Ma quando capita, ahimè, il primo tasto a venir danneggiato, per quanto mi riguarda, è proprio quello della lettura e della scrittura.

Leggendo poco, mi innervosisco ancora di più; forse perché passare poco tempo fra i libri è come passare poco tempo con se stessi, o forse perché ho bisogno di sperare e vedere un mondo migliore, sicuramente diverso da quello che ci vuole fatti di identità digitali e di profili della più becera, odiosa fittizia.

Cari miei, sto lavorando a molti progetti, il più grande è quello di diventare la persona lavorativa che mi sento. Insegnare è un verbo, ma saperlo coniugare è ben altra cosa. Saperlo spiegare è ben altra cosa, è un viaggio che non finisce mai. E forse, nell’attesa di un paziente giorno di primavera che già sta arrivando, meglio allora prepararsi un aromatico caffè con occhiali al seguito, una matita e fogli di carta. C’è tempo per tutto, e quando sembra che non ci sia, è giusto far di tutto perché, invece, il tempo ritorni.

A presto, cari miei.

Con affetto,

Guendalina

Il presidente è nudo.

Come un cantiere che lavora incessantemente prima della fine di agosto, così si muove questo mondo irrequieto con le sue notizie che rimbalzano da una nazione all’altra, dal moto concitato di labbra e sopracciglia di un giornalista ancora a lavoro, all’occhio assonnato di uno spettatore in pigiama dietro lo schermo della televisione.

Carissimi lettori, inutile girarci attorno o cercare di guardare altrove nella speranza che tutto si risolva. Perché questa volta la soluzione sembra esserci stata offerta dal problema stesso.

Ieri, 6 gennaio 2021, il bianco Campidoglio americano è stato aperto a forza dalla tracotanza di urla, di terroristi dall’animo puerile e incolto, di individui che berciavano sul nascere della sera, protetti nelle loro semplici menti dal vociare volgare di un presidente che è ormai diventato la rappresentazione più accurata dell’uomo becero, abbiente nel portafoglio e bisognoso della più essenziale forma di dignità umana.

Inutile girarci attorno, o prolungarsi nelle descrizioni di quanto già mandato in onda, sul web e su tutte le piattaforme d’informazione digitale. Ieri è stata scritta l’ennesima pagina di storia, quella che riguarda tutti e che tutti guardano con animo atterrito e sguardo incredulo. Eppure, in questo caso, il cratere stesso è diventato il punto d’innesto di cui l’America, e forse il mondo intero, aveva bisogno. Per dirla alla De André, dal letame nascono i fiori; anche se a dirla tutta, questa volta il fetore del letame è a dir poco ragguardevole.

Oltre alle finestre del Campidoglio, possiamo affermare con cauto ottimismo che, forse, si siano aperti anche gli occhi e le coscienze di tutti quelli che ancora, in un modo o nell’altro, credevano alle parole di un presidente che, davvero, non ne può più e che pare essere deciso a continuare nei suoi irragionevoli capricci degni di un adolescente isterico.

Di qualche giorno fa, la telefonata dal tono intimidatorio del presidente al Segretario di Stato della Georgia, la richiesta di trovare i voti di cui l’uomo avrebbe avuto bisogno per dimostrare di poter ribaltare la situazione. Diciamolo pure senza temere il politically correct: dopo esser stato esposto in tutta la sua furiosa e vergognosa incompetenza, l’uomo avrebbe fatto bene a godere dei suoi verdi risparmi, rintanandosi quatto quatto in qualche isola deserta, stando bene attento a non essere additato come immigrato; dall’altra parte si sa bene quanto poco ci voglia a passare da carnefice a vittima.

Giacché la telefonata e i vari tweet sul web non erano abbastanza, Trump ha deciso infine di superarsi e di mandare avanti la sua fiera folla di sostenitori agguerriti, per poi placarli con qualche timida parola di rassicurazione: andate a casa.

Inutile girarci attorno: la politica trumpiana ha sempre trasceso le aspettative di tutti.

L’unica grande, decisiva differenza sta proprio nella magnitudo di quanto è successo ieri: il lento e costante eccedere nelle incaute risposte e nelle reazioni parossistiche dell’amministrazione Trump ha trovato finalmente modo di autodenunciarsi dinanzi agli occhi di tutte le emittenti televisive. Chissà, forse i pacati e ordinati sostenitori di Trump avranno avuto un momento di nostalgia, avranno forse creduto che quell’edificio fosse una scuola da occupare?

Una cosa è certa: il presidente è nudo.

Lo spettacolo d’arte varia di . . .

Lavorare con la gente per me ha sempre rappresentato lo stesso sottile piacere che si prova nel leggere la quarta di copertina dei libri. Certo, a seconda del tipo di lavoro e a seconda del ruolo, il contatto può essere sporadico, prolungato o quotidiano. Sta di fatto che le persone non finiscono mai di stupirmi, e forse è proprio da questa energia rinnovabile di interesse e curiosità che nasce e si sviluppa la mia predisposizione a lavorare con esse.

Io, ad esempio, credo di avere una predisposizione a lavorare con le macchine stimabile, diciamo anche equiparabile, alla tenerezza di un guscio di lumaca. Le macchine mi hanno sempre inferto un certo senso di freddezza e incomunicabilità, ragion per cui non mi sono mai vista dietro allo schermo di un computer per più tempo di quello che reputo strettamente necessario. La gente, invece, la gente per me è un continuo spettacolo d’arte varia, e badate, non lo dico con ironia quanto con dolcezza.

Quante volte vi sarà capitato di imbattervi in individui litigiosi, o di assistere a una discussione tra una commessa e un cliente. È successo a tutti e, come sempre capita, ci passiamo sopra come nuvole che sorvolano imperterrite gli umori di noi goffi mortali.

E quante altre volte avrete pensato la gente è strana, come diceva Mia Martini. La gente scrolla, per dirla con il gergo attuale. È possibile allora che a essere strano sia il modo di relazionarci con una data persona che, in fin dei conti, avremmo potuto essere noi in un giorno qualsiasi della nostra esistenza? Tutte quelle volte che si crea tensione tra due persone, all’inizio della frustrazione, delle occhiatacce e durante il conflitto, quello che viene a mancare è il presupposto dei ruoli.

Io sono un paziente, sto male e mi aspetto di essere curato. Io sono un medico, io so e tu mi ascolti. La testa di ponte che consente alle due aspettative, quella di essere curato e quella di curare, di incontrarsi è un terreno relativamente sicuro quanto talvolta traballante: la comunicazione.

Per comunicazione non intendo solo il complesso di espressioni verbali e paraverbali, in quanto credo che la comunicazione più efficace sia quella che fa fede al ruolo che si ricopre in quel momento. Prendiamo il caso del medico e del paziente: un medico preparato, competente e sicuro del suo ruolo non potrà mai raggiungere un livello concreto ed efficace di comunicazione se dimentica il fatto che curare significa anche flettersi, volgere verso il basso il proprio sapere e il proprio io, chinarsi verso ciò che potrebbe anche non fargli piacere. Quanto più il medico riesce ad assistere il paziente, quanto più cosciente egli si fa delle aspettative del suo interlocutore. Ammesso e non concesso che il rispetto per l’altro sia presente in ognuno di noi, il pilastro portante su cui poggia la comunicazione, e quindi la serenità di rapporto tra di noi, è il rispetto del presupposto dei ruoli.

Per chiarire ulteriormente questo concetto, proviamo a pensare a un rapporto più semplice, uno a cui sicuramente ognuno di noi ha assistito di recente: il cassiere e il cliente.

Siamo alla cassa, la resa dei conti e ultimo di giro di boa per tutti quei clienti che, esausti e provati dalla moltitudine di scelte, prezzi e stimoli sensoriali giacciono stremati in coda, chi già brandendo la tessera fedeltà con sorvegliata fierezza, chi invece sospira e aleggia con la prestanza fisica di un ectoplasma, accasciato sul carrello e con la testa già nelle pantofole. Arriva il momento del conto, i numeri si fanno insospettabilmente alti. Ma io avevo diritto al trenta per cento di sconto, domanda che si fa già accusa tra il riverbero caotico delle barriere casse. E questo non è il trenta per cento di sconto, è troppo poco!

Ed ecco quindi gli occhi alzarsi al cielo, le pupille farsi vitree seppur reattive, ecco la cassa toracica prendere una lenta, vigorosa rincorsa per elargire l’ultima annoiata perla di venale saggezza: signora, il trenta per cento ce l’ha su una spesa massima di cento euro.

Bombardamenti aerei e invettive previste tra tre, due…

Perché, vi starete chiedendo, si assiste spesso a scenate simili? Perché il cliente si sente preso in giro (poco importa dire che era scritto sull’offerta, sappiamo bene tutti che facendo la spesa non si possa sempre avere la concentrazione di un neurochirurgo), e mentre il cliente esprime la sua rabbia con parole più o meno forti di disappunto, il cassiere ripassa per l’ennesima volta per Via Dallepallequestarompiballe.

La verità è che chi lavora con il pubblico, che ci piaccia o meno, dovrebbe sempre tenere a mente una parola: assistenza.

Assistenza al malato, assistenza al cliente, assistenza al turista. E assistere significa letteralmente stare accanto, e non con svogliata presenza ma con la consapevolezza che nel cammino di tutti i giorni a ognuno di noi piace essere assistito: il parrucchiere, l’assistente di volo, la dentista, la commessa, il maestro, il portinaio, l’avvocato, il muratore, la pediatra, sono tutte figure che in un modo o nell’altro soddisfano il nostro bisogno di essere assistiti e accompagnati in una procedura. Poco importa se si tratta di ristrutturare una casa o di pagare due euro di biscotti, assistere è occuparsi e preoccuparsi che la persona davanti a noi riesca nel suo bisogno. Allo stesso modo, il cassiere che non riesce a calmare il cliente indispettito è mancante nel suo ruolo di assistente, in quanto in quel momento il cliente sente di esser stato come raggirato. Avrebbe dovuto leggere meglio i cartelli, forse sì. Lo farà la prossima volta? Forse no. Ecco che allora sta a noi rendere chiare certe dinamiche prima che sia troppo tardi. In questo sta la nostra bravura come attori della comunicazione. In questo, sta la capacità ultima di chi lavora a contatto con il pubblico: ecco che mi arrivi cavalcando muri di rabbia e indignazione, eccoti.

Cosa è andato storto nella comunicazione di oggi? Sono qui per starti vicino, e chissà che non ci scappi anche una risata.

Scripta manent, e così sarà.

Come dicevano i nostri saggi amici latini: le parole volano, gli scritti rimangono.

Nell’epoca e nello strano tempo della scrittura assistita e della correzione automatica, possiamo affermare con cauta leggerezza che il nostro maggiore, cruciale problema sia quello di scindere la realtà dei fatti da quelli che invece sono stati manipolati come solo oggi sappiamo fare; con molta, sgraziata ignoranza, con imprudenza e con software specializzati nell’alterazione della storia, di quello che era e già non è.

Quante volte, soprattutto negli ultimi dieci anni abbiamo sentito parlare di fake news, le notizie false, le bufale? Nell’ormai lontanissimo 1999, precisamente il 31 dicembre di quell’anno, alcune testate giornalistiche parlavano del cosiddetto Millenium Bug, il baco del millennio, ovvero il difetto informatico che avrebbe dovuto mandare in tilt i sistemi informatici di tutto il mondo. Molto rumore per nulla, come direbbe qualcuno.

E ancora, i simpatici alligatori che abiterebbero con umida tracotanza l’intricato e complesso sistema fognario della Grande Mela; Teresa Fidalgo, la dama bianca che si aggirerebbe per le strade di Sintra, paesino collinare del panorama portoghese, le case infestate di Voltri, le creature leggendarie dell’Himalaya. Di qualsiasi leggenda metropolitana si tratti, una cosa è certa: le leggende piacciono e anche quando non interessano, suscitano sempre una certa reazione collegata al nostro bisogno di sognare, di andare oltre con la fantasia e concederci un viaggio nel territorio dell’inesplorato. In fondo, non siamo poi tanto diversi dal cucciolo di cane spaventato dal primo incontro con la neve o con il mare, sostanze e movimenti che non conosce e che lo fanno inorridire. Eppure, quasi come naturale reazione al senso dell’ignoto appena toccato con mano, il cane ritorna sui suoi passi, guarda di nuovo in faccia ciò che prima era solo una macchia oscura di territori inesplorati. Nello scontro, o nell’incontro con ciò che non conosciamo, viene soddisfatta in primis la nostra voglia di conoscere, l’umana innata curiosità verso ciò che è altro rispetto a noi e, soprattutto, il bisogno primario e centrale di sapere, e sapere significa essersi chiesti il perché delle cose.

Tuttavia, con l’avvento di Internet nelle nostre case e la diffusione capillare di tutti i verbi di ognuno, quello che mi preoccupa di più è vedere con quanta ingenua facilità riusciamo a farci manipolare nelle nostre piccole illusioni di conoscere, e misconoscere la propria storia, le origini della civiltà di ieri, il punto di partenza dei nostri primi passi.

Vi dirò anche che ogni volta che leggo della dipartita di colonne portanti del nostro passato come possono essere e sono i sopravvissuti ai campi di sterminio, ogni volta che uno di loro se ne va, si esaurisce con essi anche la nostra possibilità di ascoltarli, di dare tempo alle generazioni future di sapere, di ascoltare, di riflettere. Quando l’Olocausto sarà solo un fatto del passato, davvero, quanto poco ci vorrà per inserirlo nelle leggende metropolitane? L’unica nota positiva è che non sempre vale la pena crucciarsi troppo per il futuro quando già oggi, di tanto in tanto, si legge di professori negazionisti (qui l’articolo a riguardo: https://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/prof-olocausto/prof-olocausto/prof-olocausto.html), individui che l’evoluzione ha reso molto Homo e poco Sapiens.

La verità è che leggere è un importante processo che ci viene insegnato, chi da familiari e da sorelle maggiori, chi esclusivamente dalla scuola, ma la capacità di continuare a leggere e informarsi, nella società di oggi, è diventato un atto tutt’altro che scontato, non scevro da insidie e vizi di forma.

Scripta manent e verba volant, ma dove volant questi verba? Bastano pochi secondi per aprire una pagina Google qualsiasi, e basta altrettanto poco per credere, per illudersi di conoscere.

L’ho letto su Internet. E mente i verba volant dappertutto per insinuarsi nei vuoti e nelle lacune delle nostre conoscenze approssimative, è importante tenere a mente che la lettura di un libro, la testimonianza di un vecchio giornalista, la lettura critica di un testo ha un valore nutrizionale maggiore rispetto a un titolo di Milano Today intravisto scendendo dalla metro.

Per conoscere, per sapere, ci vuole tempo. Quel tempo che oggi sembra sfuggirci, lo stesso tempo che ci sembra sprecato quando studiamo ore e ore sui libri, quando ci chiediamo il perché delle cose.

Ragazzi di oggi, piccole teste di domani, questo ricordiamoci: anche gli scripta di Internet rimangono, anche le leggende metropolitane e le fake news volano parallele e ripiene di presunta fondatezza, al fianco dei libri, delle documentazioni passate che oramai troviamo, anch’esse, su cartelle online scaricabili sul nostro lucido lettore elettronico.

Questo voglio dirvi: gli scritti rimangono, e sono lì per essere letti. Le parole, quelle rigurgitate sul web, sono lì in virtù della sacrosanta libertà di parola, ma anche a danno di molti.

Il pensiero è un’attività da agonisti

Il cervello è l’organo più prezioso e raffinato del nostro corpo, sede non solo di molteplici funzioni vitali, ma anche cuore nevralgico di un moto perpetuo e incessante rappresentato da un’attività imperscrutabile, seppur fallace, che è il pensiero. Che ci crediate o no, il fatto ascritto al nostro imputato numero uno è quello di essere responsabile di grandi contrasti, discordie, incomprensioni e, non per ultimo, della questione tragicamente umana della guerra tra persone.

Le idee, e con esse le ideologie, credenze e convinzioni sono il prodotto ultimo e dimostrazione lampante di quanto dentro la botte piccola ci sia il vino buono. Giacché la sorgente prima del nostro pensiero risulta essere avidamente convoluta in soli 1500 grammi di materia viscida e gelatinosa, sorge dunque naturale chiedersi in che modo il cervello possa risultare colpevole e artefice di grandi e piccoli malintesi, fautore e dichiarato simpatizzante di incomprensioni e liti.

Prima di partire per il nostro viaggio di oggi, però, vorrei riportarvi alcune brevi, semplici parole dette dal filosofo statunitense Henry David Thoureau: le cose non cambiano, siamo noi che cambiamo.

Pensate alla forte polarizzazione riscontrabile in numerosi aspetti della nostra civiltà di oggi, così come in quella passata: pensate all’amico molesto che a stento trattiene la sua voglia di condire di fede e religione ogni discorso che ascolta, ogni persona nella quale si imbatte. Non ha forse la stessa pretesa del matematico Piergiorgio Odifreddi? Da sempre ateo e anticlericale, Odifreddi ha la stessa cieca determinazione e presunzione di qualsiasi cattolico, di qualsiasi vegano, di qualsiasi politico: dimostrare la sua idea, e quindi affermare il proprio essere.

L’unica religione è la matematica, il resto è superstizione, per dirla alla Odifreddi. Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria, per dirla con le parole e i postulati di chi crede. Ebbene, nessuna delle due affermazioni, né quella di Odifreddi, né quella del credente è mai stata provata, men che meno smentita. Eppure, il resistere e il persistere della divergenza di sguardi che gettiamo verso questo universo di pietre, corpi e sensazioni, a ciò che vediamo e a ciò che vorremmo vedere ma non vediamo, è la causa ultima di ogni battaglia ideologica.

Giordano Bruno fu condannato per aver suggerito e sostenuto l’idea del multiverso e degli infiniti mondi, andando pericolosamente ed inevitabilmente a minare la centralità della Terra. E come qualcuno ricorderà, il noto filosofo di Nola non andò incontro a un bel final di vita; diciamo pure che è stato fresco, ma solo e strettamente in senso metaforico.

Incredibile pensare di poter essere gli unici, vero? E non gli unici sulla Terra, ma gli unici ad aver ragione. La verità, o forse meglio dire la realtà, è che di vero ci sono solo le molteplici interpretazioni che diamo e attribuiamo a ciò che è fuori di noi e da noi.

Le diverse ideologie, politiche, religiose, e il loro rispetto, sono alla base del quieto vivere sociale. A ben vedere, la diversità di panorama è ciò che, da sempre, caratterizza le nostre esistenze. Tuttavia, quando a essere diverso è il nostro panorama culturale, mentale ed emotivo, ecco che allora si creano basi e radici dalle quali pare impossibile prescindere; quanto più profondo il divario di idee, tanto più immedicabile la tensione e la ferita.

Per questo, mi preme aggiungere, è importante fare del pensiero uno sport a livello agonistico, il che non significa pensare sempre di più quanto pensare in modo critico, con cognizione di causa e con la giusta dose di tolleranza.

In questo mondo che cambia, il nostro unico scopo davvero utile è evolverci come persone e come teste, come portatori sani di sapere e di idee, non come promulgatori di lotte intestine e feroci.

Da qui, infine, vi ripropongo la frase di Thoureau, un giudizio che non posso che condividere: le cose non cambiano, siamo noi che cambiamo.

La potenza evocativa delle parole

Raccontare e raccontarsi è un bisogno primordiale dell’uomo, una necessità intrinseca del nostro essere animali con facoltà di sviluppo del pensiero condivise e recepite al di fuori della nostra persona.

Dai primi intenti comunicativi delle grotte di Lascaux all’odierna, puerile messaggistica di Snapchat, la nostra fame di espressione è stata oggetto di molteplici polimorfismi, tuttora in atto, verso un desiderio sempre più forte di avere informazioni e aggiornamenti costanti, in un mondo che pare essersi ridotto a un clic. L’istantanea, ineccepibile logica binaria di un computer ha condotto, in modo silenzioso e quasi inevitabile, la nostra società verso un irrigidimento della nostra pazienza e verso una proporzionata idiosincrasia dei tempi di attesa. Non stupisce dunque la ridotta affluenza alle edicole, così come desta ormai un debole stupore la crescente presenza di errori di battitura, sintomo di mani veloci che poco o nulla possono contro il bipolarismo della società moderna.

 In questo caso, è necessario ammettere che l’annullamento delle distanze emotive e temporali fu ciò che, a suo tempo, mi portò a conoscenza del crollo del ponte Morandi; una tragedia in grado di planare oltreoceano fino ad arrivare alla mia piccola camera in affitto nella verdissima cittadina americana di Greensboro. Dall’altra, il dinamismo di un’informazione che al pari di un pettegolezzo di poco conto, viaggiando di bocca in bocca, sfiora ormai chiunque, anche l’individuo meno interessato, anche la mente più astratta dalla realtà. Questo flusso continuo di parole e contenuti, e la sua smodata e sregolata somministrazione al popolo dei connessi, porta con sé inevitabili ma sanabili, sfocature della comunicazione.

Tuttavia, in questa giungla di espressioni fallate e di comunicazioni imprecise e grossolane, credo sia un nostro dovere, come società e come singoli individui fatti di ossigeno e piccoli egoismi, guardare al ruolo del giornalista come possibile portatore di una verità, come colui che dipinge un paesaggio non per impressioni ma per la bellezza, o crudezza, che realmente vede davanti ai suoi occhi.

Nello specifico, tanto per rendervi partecipi dei miei tragitti mentali, sto pensando a Corrado Augias e Franca Leosini. Loro due, a mio giudizio, sono diventati dei personaggi, più che delle semplici persone con talento da vendere. La Leosini da una parte, tronfia ammiratrice di se stessa, in un’ intervista il cui link vi metto qui accanto (https://www.youtube.com/watch?v=JrToX6jAaB0), gode ampiamente, ed evidentemente nel solfeggiare le sue interviste per conferire al suo programma quel tocco di voyeuristico misto erudito.

Augias, invece, meriterebbe un capitolo a parte: tanto rispettoso e giusto con i suoi ospiti di allora a Telefono Giallo, lo ritroviamo infine, qualche anno fa, a strattonare cerebralmente dei ragazzini la cui pecca è quella di essere nati giovani e nell’era della pigrizia da Twitter.

Eppure, eppure eppure eppure, Augias e Leosini, pur con i loro difetti da comuni mortali, non tanto diversi dai nostri semplici, umani dislivelli socio-culturali, qualcosa di buono e profondamente, culturalmente forte ce l’hanno: loro due hanno lavorato con il cuore, facendo della loro professione un veicolo potente, chiaro ed evocativo.

Come un chirurgo che si serve del bisturi per iniziare il suo lavoro di indagine e cura, così il giornalista, lo scrittore, si serve della parola come proteina per legare e meglio rendere a noi ciò che più ci interessa: la verità.

Il giornalista mette al muro l’intervistato (pensiamo al recente, accigliato Augias che porta Salvini ad assumere una patetica somiglianza espressiva pari solo a quell’indifeso cerbiatto della Disney!), e sempre il giornalista è anche colui che, al di là dei suoi picchi di vanesia spocchia, tenta con tenacia, misurata persistenza ed eleganza di arrivare al cuore intimo delle cose.

Nelle sue storie maledette, forse anche in maniera piuttosto evidente, Franca Leosini ricostruisce non solo i fatti, ma anche la persona che dietro quei fatti ha sviluppato il suo cammino di dolore e morte. Per ricollegarci al tema del mondo che pensiamo di ritrovare a portata di clic, pensiamo all’intervista fatta ad Antonio Ciontoli, invero, spavaldo e incerto protagonista di uno dei più agghiaccianti fattacci di cronaca dei nostri tempi. La Leosini, pur con grande, incommensurabile fatica, sembra sempre sforzarsi di portare a galla la questione ultima di quella nottata. Non solo, con la sua intervista Franca Leosini ci fa raccontare direttamente dal suo ospite come davvero si siano svolte le cose quella serata. In questo senso, la sciatteria emotiva del Ciontoli viene medicata da una Leosini dalle parole giuste, da colpi d’arma di parola che costringono l’intervistato a non sviare più, a guardare in faccia il passato di cui ci si ammette, forse sì forse no, responsabili.

Eccoli, dunque, i nostri supereroi della parola, dell’uso colto e della raffinatezza verbale. Ed ecco noi, infine, abbonati seguaci delle peripezie stilistiche e degli incauti naufragi di cadute di stile giornalistico, di scrittori che usano la parola per fare soldi e non per diffondere sapere.

Con la farina si fa il pane, con le parole si fa la vita.

La vita davanti casa

Sono entrata stamattina alle 8 e 30, e dentro quel bar c’eri già tu.

Sono entrata per la seconda volta, oggi pomeriggio, intorno alle 6: eri ancora lì.

Mi siedo, istintivamente nello stesso posto di stamattina ma il barista, con l’ immediata prontezza di riflessi che caratterizza questo mestiere, mi fa segno di cambiare posto.

Ed i miei occhi, come già anticipando quella fugace alzata di sopracciglia, si posano su di lei.

Sei di nuovo lì, nella stessa sedia di stamattina, ma sei cambiata.

Mi guardi, e per un attimo sembri meravigliata di vedere questa presenza che, forse, vagamente, credi aver già visto; o forse ti sorprende percepire qualcosa muoversi: rumore di sedie, le luci troppo forti e quel liquore che gratta le pareti dell’esofago.

Mi sposto, ti passo accanto: hai la gamba sinistra allungata verso il corridoio, il piede è storto, la mano pare voler fermare la testa, opporsi a quell’irrefrenabile richiamo: non ho più forza, alcuna.

Mi siedo dall’altra parte del bancone, il barista mi porta il caffè con sguardo rassegnato e compassionevole.

Una colonna di specchi ti nasconde, strappo la bustina dello zucchero: ti ho vista stamattina alle 8 e 30, ed è stato la prima volta che ho sentito dire “ Larios con Cola, por favor”.

Era mattina, doveva essere la tua seconda Coca Cola perché davanti a te ne avevi un’altra, vuota.

Hai chiesto Larios con Cola, hai pagato con una banconota da 50 euro.

L’hai ordinata con un tono di voce che non lasciava spazio a dubbi di nessun genere. Non ti conosco, ma hai una cadenza lenta, quell’eleganza di nomi scanditi in una tristezza placida, ponderata, condannata.

La stessa eleganza ritrovo nel portamento: richiudi il portafoglio con cura, le tue ciglia si abbassano per considerare meglio qualcosa che pare interessarti molto, eppure, in quel perfetto ritratto di delicatezza e dominio, dietro la tranquillità che apparentemente emani, allo stesso modo, velatamente, mi provochi dentro un’ incontenibile tristezza.

E credo sia proprio quello il punto, penso pochi minuti prima di sentire il tonfo: tu non vuoi essere consolata, tu vuoi soltanto bere in pace, bere fino a che, nel vortice delle mie impressioni, irrompe un unico distinto tuffo nel marmo.

Sei tu, palese osservazione di quanto appena sentito.

Sussulto, nemmeno io, come te, riesco a muovermi.

Sono spaventata, ho paura, gli occhi si dirigono verso le persone sedute ai tavolini, commentano.

Continuo a rimanere immobile, il cameriere ne chiama un altro, piango.

Le persone parlottano, alcuni scuotono la testa.

Detesto i bar, le vicende personali giacciono sul bancone insieme a giornali stropicciati e tazzine sporche, tutto diventa argomento degno solo di falsa e ipocrita compassione.

Loro non soffrono con lei, nemmeno per lei.

Come lo vedo?

Perché proprio nel guardare la scena, continuano ad assaporare l’aromatico caffè e osservano, come se stessero sfogliando una rivista, guarda un po’ cosa ha combinato, aspetta, gira pagina, vediamo cosa dicono di…..

Rimango seduta, sto ancora piangendo, perché nessuno chiama l’ambulanza?

Perché i baristi hanno lasciato che questo accadesse?

Quanto ha bevuto da stamattina?

Un anziano signore mi passa accanto, anche lui scuote la testa e prova a sorridermi, nel più intimo, perverso tentativo di dirmi: “ Hai visto, la gente come si riduce…”, con un accennato sorriso di sollievo, come a pensare: io sono in piedi, sono mica sdraiato come quella poveretta.

Come se fosse un immeritato diritto della donna caduta a terra, essere da quella parte, come una contagiosa maledizione che per fortuna, questa volta, ci ha risparmiato, vero?

Perché, santo dio, crediamo di essere a teatro, perché quando ci allontaniamo dal nostro caffè pensiamo che la rappresentazione sia finita? Si ritorna alla nostra, di messa in scena.

E intanto lei, dietro al sipario, continua a soffrire, traspone schegge di vita vissuta in brandelli di ricordi bagnati, fradici d’alcool.

E puzza la vita, e tutti, nel loro piccolo, si rallegrano di poter richiudere le porte di quel bar.

Merda, mi verrebbe da urlare, perché la state spostando su un’altra sedia, perché la raccolgono, la sistemano ma non le parlano?

Perché non potete chiamare l’ambulanza?

Forse dovrei chiamare un taxi, dice il barista rivolto alla proprietaria del locale.

Spero che lei sia più ragionevole: dovete chiamare un’ ambulanza, non può stare da sola, continuerà a farsi male.

Mi guarda, mi ascolta, mi dà retta e compone il numero.

Ti guardo, e in quel gesto provo una grande vergogna di me stessa: potevo semplicemente parlarti, avrei dovuto rimanere seduta dov’ero, forse avrei evitato che ti facessi male.

E invece non l’ho fatto, non ce l’ho fatta a correre verso di te appena ho sentito il tonfo.

Sono rimasta ferma mentre apparentemente, senza ovvi motivi, piangevo.

Piangevo perché eri sola e perché io, come te, mi sentivo miserabile in quel bar abitato da sguardi di misera disapprovazione.

Nessuno è venuto a parlarti, e io nemmeno.

Nel soffrire, come nella morte, si è sempre nel proprio solitario cantuccio di vita, dove ognuno può passare ma dove nessuno davvero può soffermarsi e rimanere.

Sei seduta, posi le dita della mano destra, a rallentatore, incerta, sul tavolo. La mano sinistra a penzoloni.

Le tue pupille, inesistenti, con un fondo di incredulità, si muovono per te, e quella maschera di espressioni indotte traduce : “ Cosa sta succedendo?”.

E’ quello che stai pensando, sbuffi, come sottilmente infastidita da quell’ingiustificato vociare.

Ti hanno portato la borsa che avevi lasciato sul bancone, davvero così, così è tutto a posto? Il quadro è di nuovo sistemato nella sua mancanza di cura?

Esco, continuo a piangere e a pensare perché stamattina, proprio alle otto di domenica mattina, eri già in un bar?

Eri già lì prima che entrassi o eri ancora lì?

Penso, e non riesco a fermarmi, e spero forse, così, di poterti aiutare con più fermezza, con più decisione di quanto ne abbia avuto oggi.

Quanto riportato oggi è un estratto di vita vissuta a Vigo, nella Galizia spagnola. Per qualche mese Vigo è stata la mia ventosa casa di mare, fatta di salite e gabbiani meditabondi.

Vigo è una città molto bella, marina, a tratti malandata. Quella mattina lì ero andata al bar, presto, per gustarmi un buon caffè, per iniziare bene un’intensa giornata di studio e preparazione agli esami.

Quella domenica non c’è stato nessun tipo di studio, se non quello sull’animo umano: l’uomo e il fascino malato, malcelato e a tratti esposto in bella vista; la curiosità puerile e l’interesse morboso per gli affari altrui, il volersi affacciare di casa a guardare la vita solo per poi tornare dentro, disinteressati e già presto annoiati.

Quella domenica non mi sono solo sentita profondamente inutile e incapace di salvare una persona dagli sguardi circostanti; quella vista mi scorò perché fu per me la realizzazione di quanto gli uomini possano vivere come bambini incapaci di gestire le più complesse vicende umane, di quanto ci sia bisogno di essere salvati e protetti anche da chi, in realtà, potrebbe e dovrebbe essere fonte di protezione secondaria.

Da un articolo di Marco Follini, la lezione americana sul potere e il dolore

Quando un’oretta fa ho aperto WordPress, volevo solo controllare un paio di cose.

Il mio intento era quello di leggere qualche articolo e poi proseguire nella mia giornata. Eppure, c’è una cosa che mi sta molto a cuore e su cui rifletto da un paio di giorni; un argomento su cui ci sarebbe molto da dire, una questione così vasta, complessa e intricata da poter dar vita ad un altro blog.

Mi interesso di politica, più o meno come tutti, ma di politica non mi occupo, più o meno come tanti. Ed è proprio qualche giorno fa, durante un breve scambio di mail con un vecchio compagno di scuola, che ho fatto riferimento al concetto platonico di politica.

La politica con la P maiuscola che oggi, adesso più che mai, sembra essere diventato un concetto quasi utopistico, in realtà riflette ciò che l’uomo dovrebbe essere per la società: responsabile, padre e figlio di essa. La politica come mezzo di comunicazione per il bene comune, e non come silenzioso mezzo per arrivare a soddisfare i propri, personalissimi scopi.

Bene, dopo questa breve premessa credo sia intuibile quanto scarsamente soddisfacente sia per me, e temo non solo per me, leggere di vicende dove il politico di turno con il suo ostentato credo cerca di attrarre quanto più consenso e appoggio al suo mulino. Frasi, slogan e interviste che assumono forse i toni di una boutade fatta per ingrassare la pancia, anziché rimpolpare il senso civico e il rispetto di chi crede in lui.

Della destra capisco certe cose, così come della sinistra ne comprendo altre, ma a prescindere dal credo politico di ognuno di noi e dal diverso grado di interesse che attribuiamo alla politica, quanti di noi, davvero, possono ritenersi privi di curiosità verso l’universo politica americana?

Noi italiani che guardiamo agli Stati Uniti come la sorellina minore guarda a quella sorella maggiore piena di successo, approvazione e splendore, noi signori mediterranei gettiamo sempre una certa occhiata di fervente attenzione a tutto ciò che fa la grande cugina d’oltremare.

In questo caso, forse più che in anni passati, i riflettori si sono accesi con frequenza sempre più ravvicinata, e nella maggior parte dei casi, non proprio per motivi gloriosamente favorevoli e degni di nota.

Con Joe Biden, finalmente, l’America sembra tirare un primo, timido ma esausto sospiro di sollievo. Perché se da una parte è sempre possibile tracciare dei paralleli italo-americani tra il nostro passato e il loro presente quasi passato, è indiscutibile e palese quanto Joe Biden sia il deus ex machina che tutti aspettavamo, arrivato nel momento di massima tensione, giunto dopo mesi di raffazzonata politica americana portata allo stremo, nelle maglie complesse e sole di un Paese che fa luce pur non avendone molta.

Citando un brillante articolo di Marco Follini, può essere il tramonto di leadership muscolari e velleitarie, e magari l’inizio di un ciclo diverso in cui la grandezza dei condottieri non viene più affidata ai loro proclami più stentorei, ma viene piuttosto appoggiata sulle spalle di chi ha pianto e si è disperato e ha dovuto fare i conti con le avversità più onerose della vita.

Guardando alcune interviste di Joe Biden, pensando alle sue scelte, non per ultima quella di istituire una task force sanitaria fatta di massimi esperti e ricercatori in materia, e ancora osservando il suo modo misurato di parlare, la sua postura equilibrata e mai esagerata, mi viene da pensare solo questo: è l’uomo di cui l’America ha bisogno.

Dopo anni di scempiaggini travestite da senso di grandeur e magnificenze degne di un uomo pronto a fare l’impossibile per nascondere la sua essenziale inadeguatezza, si fa strada tra le radio e le televisioni riverberanti nei backyard americani, un presidente compassato e deciso, un uomo.

Chissà come le cose si svilupperanno in futuro, dunque. Chissà che non sorga il dubbio, anche ai più fervidi sostenitori di Trump che forse meno è meglio e cauto è più coraggioso. Chissà che l’America non riesca infine a vedere la grandezza di spirito, l’equilibrio emotivo e la sobrietà che ne derivano da grandi dolori e ingiuste perdite. Chissà che da un senso di ingiustizia non ne nasca un forte senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un senso di ciò che siamo e non vogliamo più essere, una postura morale.

Perché come diceva Oriana Fallaci, c’è molta dignità nella riservatezza.

Da cosa nasce cosa (leggasi l’immortalità dei nomi)

Si narra che Archimede morì brutalmente assassinato da un gladio, una spada dalla lama corta ma molto appuntita.

L’inventore di Siracusa, assorto nelle sue teorie e dimostrazioni geometriche, non volle prestare ascolto al soldato romano che, dinanzi al rifiuto del matematico, decise dunque di porre fine alle sue elucubrazioni logico-razionali.

Si narra anche di una piccola Sophie Germain, all’anagrafe Marie-Sophie, intenta a leggere dell’uccisione di Archimede per “colpa” della matematica, storia di un nome che per lei sarà l’inizio del suo stesso nome, e storia.

Vedete, talvolta il percorso o il passato di una persona va a toccare con estrema gentilezza e casualità la vita di un’altra persona, come molecole che si infrangono fra di loro senza sapere quando, così è questa Terra e i suoi abitanti, ricchi di caso, influenza e fascino.

Si narra ancora dell’amore di Sophie Germain per i suoi numeri, quelli che oggi conosciamo come i numeri primi di Germain. Non pensiate però che io vi stia parlando di matematica in quanto esperta conoscitrice perché, sapete, io uso ancora le dita per contare (e se sto guidando e devo contare, allora mi disegno dei teneri scarabocchi aerei per facilitare l’annosa questione di fare semplici operazioni matematiche). L’unico motivo per cui io so chi sia stata Sophie Germain è grazie al film Proof con Gwyneth Paltrow e Anthony Hopkins, film che merita qualche breve accenno e dovuto complimento a riguardo. Anzitutto, ecco il link al trailer in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=rT0clobsIGg, ed eccovelo in italiano per chi preferisse ascoltare accenti più familiari: https://www.youtube.com/watch?v=LkK8MdK3UZU

Non volendo snocciolarvi la trama, come sarebbe solito mio fare, vi regalo dunque solo alcuni tratti descrittivi di questo cast perfettamente coordinato da un regista come John Madden, che di follia non solo ha parlato nel suo film, ma che secondo me, oltre ad essere parte del suo cognome, qualche tratto somatico da pazzo se lo ritrova anche in quelle sopracciglia sregolate e irriverenti.

Assoluti padroni di casa sono senza dubbio Anthony Hopkins e Gwyneth Paltrow, padre e figlia legati da un filo di genio e follia, trasmesso senza alterazioni di alcun tipo dai cromosomi del padre a quelli della figlia. Una grande presenza scenica di lui bilanciata dall’esile presenza di lei, una Paltrow accompagnata da uno sguardo perso nel vuoto che la rende ancora più credibile e fedele al suo ruolo. La sorella di lei, piccola formichina di successo che ha conquistato Chicago senza però esser riuscita ad impadronirsi di un quarto dei cromosomi matematici dal padre è Hope Davis. Ruolo di una sorella che ci pare fastidiosa fin da subito, come una piccola mosca che ronza attorno a ciò che più le interessa, o crede di interessarla. Riusciremo a tollerarla per tutta la durata del film? Infine, Jake Gyllenhaal, perfetto nella sua americanità di ragazzotto responsabile e ambizioso, nato per essere in opposizione al carattere apparentemente debole e fragile della Paltrow.

Ma torniamo alla nostra Sophie Germain: incuriosita dalla storia dell’uccisione di Archimede, la piccola bambina parigina fu portata a pensare che la matematica dovesse essere una figata pazzesca, come direbbe oggi la nostra schermitrice italiana, Bebe Vio. E così, piantato il seme dell’interesse, ne esplose in superficie il potente albero che è l’amore per la conoscenza. Libro dopo libro, Sophie Germain insegnò a se stessa l’antica arte dei numeri, per anni studiò da sola su dispense che ottenne falsificando la sua identità, facendosi passare per maschio, dato che la scuola dell’epoca era pensata per soli maschi. Antoine-August Le Blanc fu lo pseudonimo che Sophie utilizzò spesso e che spesso le venne utile per rendersi più credibile agli occhi esterni, come se il matrimonio tra il cervello femminile e la matematica fosse un qualcosa di impensabile e scellerato…

Seppur osteggiata, prima dai genitori e in seguito dalla comunità scientifica dell’epoca, Sophie Germain si impegnò in diversi filoni di ricerca matematica, arrivando infine ad essere la prima donna ammessa all’Accademia delle Scienze di Parigi, ambiente all’epoca (1880) riservato esclusivamente a individui con alti livelli testosteronici.

Piccola curiosità non del tutto provata: sembra che i numeri primi di Germain possano essere infiniti. A tal riguardo, per chi se ne intende sicuramente più della sottoscritta, vi lascio due link ad articoli che parlano dei numeri primi di Germain: http://www.bitman.name/math/article/127 ; https://it.qaz.wiki/wiki/Sophie_Germain_prime.

Oggi, Sophie Germain, oltre ad essere inevitabilmente legata ai suoi adorati numeri, è anche una strada di Parigi:

https://www.google.it/maps/place/Rue+Sophie+Germain,+75014+Paris,+Francia/@48.8306597,2.3315528,3a,75y,110.4h,83.77t/data=!3m6!1e1!3m4!1s9u3-4kTNk0-t4DWt2aTfdQ!2e0!7i16384!8i8192!4m5!3m4!1s0x47e671b0ae4345ab:0xa4d0596fe7ee9044!8m2!3d48.8308082!4d2.3309568

Sempre oggi, Sophie Germain è un cratere di Venere e una scuola: le lycée Sophie Germain.

Da cosa nasce cosa.

Senza parole

Come vi avevo anticipato nel post precedente, oggi si ritorna ad accendere i riflettori su una questione di cui vi avevo brevemente parlato qualche giorno fa. Consideriamo per un attimo (o forse anche più di un attimo) le spigolosità e i possibili, futuri risvolti di un argomento che mi sta molto a cuore: la cattiveria della cattività.

Non me ne vogliate per questa spiacevole ripetizione di suoni chiusi e rigidi ma, anzi, sappiate che l’effetto è voluto. Provate a dischiudere le labbra e ripetete il suono “ch” nel silenzio della vostra mente. Ch di chiave, di chiuso, di chiostro. Ch. Ch. Ch.

Cosa vi viene in mente? Immaginate un animale che vaga in un perimetro estremamente limitato, in un habitat finto e privo di stimoli sensoriali. Ch. Ch. Ch.

Pensate ad un animale che si trova ai vertici della catena alimentare, intelligente, estremamente sociale e dotato di una parte di cervello che a noi manca, un animale simbolo di grande libertà. L’animale fatto di due sole parole: orcinus orca.

Il nome scientifico dell’orca rimanda al dio romano dell’oltretomba, Orco. In diverse culture, quella dei nativi americani ad esempio, l’orca è portatore di messaggi legati alla spiritualità, al senso di indipendenza e protezione del branco. La loro vita in natura è interamente basata sul senso di appartenenza al proprio pod, famiglie di venti, trenta individui legati da una gerarchia di tipo matriarcale. Interessante notare come i figli maschi non si separino mai dalla madre e dalla nonna, il cui compito è quello di insegnare alla prole le più astute e scaltre tecniche di caccia. Inoltre è stato dimostrato che ogni pod comunica usando un linguaggio proprio, un dialetto che contraddistingue le diverse famiglie.

Rimanendo sempre su frangenti scientifico-divulgativi, il documentario Blackfish ci insegna come l’orca abbia sviluppato una porzione in più del sistema limbico, l’importante rete di strutture cerebrali deputate all’elaborazione delle emozioni. La scoperta di questa estensione cerebrale non può far altro che portare gli scienziati a credere che l’orca abbia uno spiccato, forte senso di sè, distribuito e condiviso tra le maglie del proprio pod. A questo proposito, vi lascio un link per riflettere sul gesto dell’orca che per giorni e giorni e giorni ha portato sul suo muso il cucciolo senza vita (https://www.lifegate.it/orca-tahlequah-gravidanza).

Senza sconfinare nelle lande desolate di chi critica l’antropomorfismo della natura, ovvero l’attribuire aspetti emozionali e comportamentali tipici dell’essere umano ad esseri appartenenti al mondo animale, vi porto con piacere alla memoria un fatto molto importante e semplice.

Amigdala in greco significa mandorla. Quello di cui sto parlando ora è una piccolissima struttura cerebrale, cuccia delle emozioni. Da un punto di vista evolutivo, è una parte molto antica del nostro corpo, fondamentale oltre ogni ragionevole dubbio, in quanto ci ha salvato la pellaccia in più situazioni. Tutte quelle volte che percepiamo un pericolo, lo percepiamo grazie a lei.

Studi iniziali guardavano infatti all’amigdala come all’organo della paura, come un paio d’occhiali che ci salvano da situazioni di pericolo o potenziale danno. Attualmente, la ricerca ha esteso il ruolo dell’amigdala a pasticciera delle emozioni. Lei è quella che mette le mani in tutti i processi emozionali, lasciando poca voce in capitolo a ciò che dice la sfera razionale del nostro essere.

Così come l’uomo, anche l’orca possiede la sua bella amigdala, peraltro molto sviluppata.

Dunque la domanda che tanto volevo farvi: che cosa manca all’orca?

La parola.

Con le parole si comunica tutto, anche il disagio e la sofferenza. Perché se un gesto vale mille parole, a volte i gesti non sono abbastanza per consentire agli animali di esprimersi e farsi capire.

Tutti gli animali in cattività soffrono, non illudetevi, non illudiamoci. Non crediamo di intravedere un’aria di allegria nella bocca di un delfino che afferra al volo una palla dai colori sgargianti.

Chi vive nei penitenziari acquatici, negli zoo e in qualsiasi altra forma di reclusione forzata vive in uno stato che altro non possiamo chiamare se non innaturale.

Da qui, la domanda che pongo e ripongo a voi. E anche a me stessa: perché continuiamo ad alimentare gli affari di marchi, nazionali e internazionali, che mascherano i loro scopi personali con obiettivi discutibili come quelli di educare il pubblico e divertire i più piccini?