Da un articolo di Marco Follini, la lezione americana sul potere e il dolore

Quando un’oretta fa ho aperto WordPress, volevo solo controllare un paio di cose.

Il mio intento era quello di leggere qualche articolo e poi proseguire nella mia giornata. Eppure, c’è una cosa che mi sta molto a cuore e su cui rifletto da un paio di giorni; un argomento su cui ci sarebbe molto da dire, una questione così vasta, complessa e intricata da poter dar vita ad un altro blog.

Mi interesso di politica, più o meno come tutti, ma di politica non mi occupo, più o meno come tanti. Ed è proprio qualche giorno fa, durante un breve scambio di mail con un vecchio compagno di scuola, che ho fatto riferimento al concetto platonico di politica.

La politica con la P maiuscola che oggi, adesso più che mai, sembra essere diventato un concetto quasi utopistico, in realtà riflette ciò che l’uomo dovrebbe essere per la società: responsabile, padre e figlio di essa. La politica come mezzo di comunicazione per il bene comune, e non come silenzioso mezzo per arrivare a soddisfare i propri, personalissimi scopi.

Bene, dopo questa breve premessa credo sia intuibile quanto scarsamente soddisfacente sia per me, e temo non solo per me, leggere di vicende dove il politico di turno con il suo ostentato credo cerca di attrarre quanto più consenso e appoggio al suo mulino. Frasi, slogan e interviste che assumono forse i toni di una boutade fatta per ingrassare la pancia, anziché rimpolpare il senso civico e il rispetto di chi crede in lui.

Della destra capisco certe cose, così come della sinistra ne comprendo altre, ma a prescindere dal credo politico di ognuno di noi e dal diverso grado di interesse che attribuiamo alla politica, quanti di noi, davvero, possono ritenersi privi di curiosità verso l’universo politica americana?

Noi italiani che guardiamo agli Stati Uniti come la sorellina minore guarda a quella sorella maggiore piena di successo, approvazione e splendore, noi signori mediterranei gettiamo sempre una certa occhiata di fervente attenzione a tutto ciò che fa la grande cugina d’oltremare.

In questo caso, forse più che in anni passati, i riflettori si sono accesi con frequenza sempre più ravvicinata, e nella maggior parte dei casi, non proprio per motivi gloriosamente favorevoli e degni di nota.

Con Joe Biden, finalmente, l’America sembra tirare un primo, timido ma esausto sospiro di sollievo. Perché se da una parte è sempre possibile tracciare dei paralleli italo-americani tra il nostro passato e il loro presente quasi passato, è indiscutibile e palese quanto Joe Biden sia il deus ex machina che tutti aspettavamo, arrivato nel momento di massima tensione, giunto dopo mesi di raffazzonata politica americana portata allo stremo, nelle maglie complesse e sole di un Paese che fa luce pur non avendone molta.

Citando un brillante articolo di Marco Follini, può essere il tramonto di leadership muscolari e velleitarie, e magari l’inizio di un ciclo diverso in cui la grandezza dei condottieri non viene più affidata ai loro proclami più stentorei, ma viene piuttosto appoggiata sulle spalle di chi ha pianto e si è disperato e ha dovuto fare i conti con le avversità più onerose della vita.

Guardando alcune interviste di Joe Biden, pensando alle sue scelte, non per ultima quella di istituire una task force sanitaria fatta di massimi esperti e ricercatori in materia, e ancora osservando il suo modo misurato di parlare, la sua postura equilibrata e mai esagerata, mi viene da pensare solo questo: è l’uomo di cui l’America ha bisogno.

Dopo anni di scempiaggini travestite da senso di grandeur e magnificenze degne di un uomo pronto a fare l’impossibile per nascondere la sua essenziale inadeguatezza, si fa strada tra le radio e le televisioni riverberanti nei backyard americani, un presidente compassato e deciso, un uomo.

Chissà come le cose si svilupperanno in futuro, dunque. Chissà che non sorga il dubbio, anche ai più fervidi sostenitori di Trump che forse meno è meglio e cauto è più coraggioso. Chissà che l’America non riesca infine a vedere la grandezza di spirito, l’equilibrio emotivo e la sobrietà che ne derivano da grandi dolori e ingiuste perdite. Chissà che da un senso di ingiustizia non ne nasca un forte senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un senso di ciò che siamo e non vogliamo più essere, una postura morale.

Perché come diceva Oriana Fallaci, c’è molta dignità nella riservatezza.

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