La vita davanti casa

Sono entrata stamattina alle 8 e 30, e dentro quel bar c’eri già tu.

Sono entrata per la seconda volta, oggi pomeriggio, intorno alle 6: eri ancora lì.

Mi siedo, istintivamente nello stesso posto di stamattina ma il barista, con l’ immediata prontezza di riflessi che caratterizza questo mestiere, mi fa segno di cambiare posto.

Ed i miei occhi, come già anticipando quella fugace alzata di sopracciglia, si posano su di lei.

Sei di nuovo lì, nella stessa sedia di stamattina, ma sei cambiata.

Mi guardi, e per un attimo sembri meravigliata di vedere questa presenza che, forse, vagamente, credi aver già visto; o forse ti sorprende percepire qualcosa muoversi: rumore di sedie, le luci troppo forti e quel liquore che gratta le pareti dell’esofago.

Mi sposto, ti passo accanto: hai la gamba sinistra allungata verso il corridoio, il piede è storto, la mano pare voler fermare la testa, opporsi a quell’irrefrenabile richiamo: non ho più forza, alcuna.

Mi siedo dall’altra parte del bancone, il barista mi porta il caffè con sguardo rassegnato e compassionevole.

Una colonna di specchi ti nasconde, strappo la bustina dello zucchero: ti ho vista stamattina alle 8 e 30, ed è stato la prima volta che ho sentito dire “ Larios con Cola, por favor”.

Era mattina, doveva essere la tua seconda Coca Cola perché davanti a te ne avevi un’altra, vuota.

Hai chiesto Larios con Cola, hai pagato con una banconota da 50 euro.

L’hai ordinata con un tono di voce che non lasciava spazio a dubbi di nessun genere. Non ti conosco, ma hai una cadenza lenta, quell’eleganza di nomi scanditi in una tristezza placida, ponderata, condannata.

La stessa eleganza ritrovo nel portamento: richiudi il portafoglio con cura, le tue ciglia si abbassano per considerare meglio qualcosa che pare interessarti molto, eppure, in quel perfetto ritratto di delicatezza e dominio, dietro la tranquillità che apparentemente emani, allo stesso modo, velatamente, mi provochi dentro un’ incontenibile tristezza.

E credo sia proprio quello il punto, penso pochi minuti prima di sentire il tonfo: tu non vuoi essere consolata, tu vuoi soltanto bere in pace, bere fino a che, nel vortice delle mie impressioni, irrompe un unico distinto tuffo nel marmo.

Sei tu, palese osservazione di quanto appena sentito.

Sussulto, nemmeno io, come te, riesco a muovermi.

Sono spaventata, ho paura, gli occhi si dirigono verso le persone sedute ai tavolini, commentano.

Continuo a rimanere immobile, il cameriere ne chiama un altro, piango.

Le persone parlottano, alcuni scuotono la testa.

Detesto i bar, le vicende personali giacciono sul bancone insieme a giornali stropicciati e tazzine sporche, tutto diventa argomento degno solo di falsa e ipocrita compassione.

Loro non soffrono con lei, nemmeno per lei.

Come lo vedo?

Perché proprio nel guardare la scena, continuano ad assaporare l’aromatico caffè e osservano, come se stessero sfogliando una rivista, guarda un po’ cosa ha combinato, aspetta, gira pagina, vediamo cosa dicono di…..

Rimango seduta, sto ancora piangendo, perché nessuno chiama l’ambulanza?

Perché i baristi hanno lasciato che questo accadesse?

Quanto ha bevuto da stamattina?

Un anziano signore mi passa accanto, anche lui scuote la testa e prova a sorridermi, nel più intimo, perverso tentativo di dirmi: “ Hai visto, la gente come si riduce…”, con un accennato sorriso di sollievo, come a pensare: io sono in piedi, sono mica sdraiato come quella poveretta.

Come se fosse un immeritato diritto della donna caduta a terra, essere da quella parte, come una contagiosa maledizione che per fortuna, questa volta, ci ha risparmiato, vero?

Perché, santo dio, crediamo di essere a teatro, perché quando ci allontaniamo dal nostro caffè pensiamo che la rappresentazione sia finita? Si ritorna alla nostra, di messa in scena.

E intanto lei, dietro al sipario, continua a soffrire, traspone schegge di vita vissuta in brandelli di ricordi bagnati, fradici d’alcool.

E puzza la vita, e tutti, nel loro piccolo, si rallegrano di poter richiudere le porte di quel bar.

Merda, mi verrebbe da urlare, perché la state spostando su un’altra sedia, perché la raccolgono, la sistemano ma non le parlano?

Perché non potete chiamare l’ambulanza?

Forse dovrei chiamare un taxi, dice il barista rivolto alla proprietaria del locale.

Spero che lei sia più ragionevole: dovete chiamare un’ ambulanza, non può stare da sola, continuerà a farsi male.

Mi guarda, mi ascolta, mi dà retta e compone il numero.

Ti guardo, e in quel gesto provo una grande vergogna di me stessa: potevo semplicemente parlarti, avrei dovuto rimanere seduta dov’ero, forse avrei evitato che ti facessi male.

E invece non l’ho fatto, non ce l’ho fatta a correre verso di te appena ho sentito il tonfo.

Sono rimasta ferma mentre apparentemente, senza ovvi motivi, piangevo.

Piangevo perché eri sola e perché io, come te, mi sentivo miserabile in quel bar abitato da sguardi di misera disapprovazione.

Nessuno è venuto a parlarti, e io nemmeno.

Nel soffrire, come nella morte, si è sempre nel proprio solitario cantuccio di vita, dove ognuno può passare ma dove nessuno davvero può soffermarsi e rimanere.

Sei seduta, posi le dita della mano destra, a rallentatore, incerta, sul tavolo. La mano sinistra a penzoloni.

Le tue pupille, inesistenti, con un fondo di incredulità, si muovono per te, e quella maschera di espressioni indotte traduce : “ Cosa sta succedendo?”.

E’ quello che stai pensando, sbuffi, come sottilmente infastidita da quell’ingiustificato vociare.

Ti hanno portato la borsa che avevi lasciato sul bancone, davvero così, così è tutto a posto? Il quadro è di nuovo sistemato nella sua mancanza di cura?

Esco, continuo a piangere e a pensare perché stamattina, proprio alle otto di domenica mattina, eri già in un bar?

Eri già lì prima che entrassi o eri ancora lì?

Penso, e non riesco a fermarmi, e spero forse, così, di poterti aiutare con più fermezza, con più decisione di quanto ne abbia avuto oggi.

Quanto riportato oggi è un estratto di vita vissuta a Vigo, nella Galizia spagnola. Per qualche mese Vigo è stata la mia ventosa casa di mare, fatta di salite e gabbiani meditabondi.

Vigo è una città molto bella, marina, a tratti malandata. Quella mattina lì ero andata al bar, presto, per gustarmi un buon caffè, per iniziare bene un’intensa giornata di studio e preparazione agli esami.

Quella domenica non c’è stato nessun tipo di studio, se non quello sull’animo umano: l’uomo e il fascino malato, malcelato e a tratti esposto in bella vista; la curiosità puerile e l’interesse morboso per gli affari altrui, il volersi affacciare di casa a guardare la vita solo per poi tornare dentro, disinteressati e già presto annoiati.

Quella domenica non mi sono solo sentita profondamente inutile e incapace di salvare una persona dagli sguardi circostanti; quella vista mi scorò perché fu per me la realizzazione di quanto gli uomini possano vivere come bambini incapaci di gestire le più complesse vicende umane, di quanto ci sia bisogno di essere salvati e protetti anche da chi, in realtà, potrebbe e dovrebbe essere fonte di protezione secondaria.

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