Dipendenza da parco

L’essere umano è fantastico: siamo capaci di provare l’intero pantone di sentimenti dalla A alla Z.

C’è chi si orienta su tinte giallo buaggine forte, e chi, invece, preferisce restare in un bordeaux apatia profonda. Chi si trucca spesso di rosso color rabbia, chi lascia i propri zigomi albeggiare sotto tinte cerulee. Diciamo pure che un numero quasi illimitato di motivi, dalla visione di un piccolo oggetto insignificante a una parola detta in un certo contesto, è in grado di portare i nostri occhi e la nostra bocca all’arancione di pazza gioia. E mentre il nostro cuore è alla sagra delle emozioni, c’è una scelta, remota e talvolta introvabile, che ci porta a sorridere davanti a un bambino, con la stessa velocità con cui ci incupiamo davanti a un cielo oscuro. Allo stesso modo, c’è anche chi si rallegra davanti a un nubi minacciose, guardando invece con mitigata indifferenza le guanciotte di un neonato. Siamo ciò che la nostra specie ci ha portato ad essere, e ciò che la società ci suggerisce di essere, ma siamo anche ciò che sentiamo di sentire.

E nonostante questo, nonostante le nostre indubbie capacità cognitive, pronte a farcire un curriculum fatto di evidenti competenze emotive, ci ritroviamo spesso a testa in giù, vittime di un errore molto comune, e quindi molto umano: l’incapacità di essere costanti nelle nostre scelte.

Ditemi, quante volte vi è capitato di passare trionfanti davanti al vasetto di crema alle nocciole più famosa del mondo? A me, zero. Ma, lo ammetto, ci sono volte in cui penso a tutte le poco piacevoli conseguenze del diabete e di un pancreas con l’esaurimento nervoso che, lo ammetto, un po’ la voglia di mangiare zucchero me la fa passare. Ma poi, puntualmente, domani è un altro giorno.

Quante volte passate davanti al vostro armadio, ricolmo di vestiti che non sanno nemmeno di essere stati acquistati due inverni fa, sbuffando e immergendovi in un processo di auto-compassione, altresì noto come sindrome del “non ho niente da mettermi”? Personalmente, spesso, ma poi penso ai miei 40 astucci. E penso di non averne abbastanza, sicché la smetto di lamentarmi del mio armadio. E compro il quarantunesimo astuccio.

Ovunque voi vi giriate, troverete sempre i paradossi dell’animo umano. Nello specifico, vi accorgerete di quanto possa essere semplice, in linea teorica, scegliere e mantenere quella scelta. Nella pratica, tuttavia, nella pratica le cose si complicano sempre.

Inizio e finisco questo breve post facendovi un paio di domande: avete presente i penitenziari per animali? Pensate ai grandi parchi acquatici come Marineland, Seaworld. Se avete poche palanche, come diciamo noi di Genova, prendete come riferimento l’Acquario di Genova. Pensate anche agli zoo, come meglio vi aggrada. In qualunque valuta voi abbiate appena pagato, voi, quadrupedi dal portafoglio più o meno veloce, siete consapevoli di aver pagato per un qualcosa che a voi piace. Pagate per vedere lo sguardo incantato di vostro figlio davanti a un delfino con la palla, per una foca in volo subacqueo. Entrate in questi parchi perché volete concedere, concedervi, la possibilità di vedere l’altra faccia di voi, quella intelligente e libera. E con lo stesso grado di consapevolezza, sapete anche di essere parte di un sistema che fa soldi sulle spalle di animali che nulla possono, se non esibirsi.

Tutto questo come vi fa sentire? C’è chi di voi ha rinunciato ad andare all’acquario? O siete invece sempre altalenanti tra un lento rifiuto e una netta gioia di vedere spettacoli, che però appartengono solo alla natura?

Al prossimo post, la continuazione di questo.

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